Monday, 23 April 2018 back

Megalopoli e futuro delle città: l'analisi del GSSI per RLAB

Città affollate e aree rurali abbandonate. Quale sarà il futuro abitativo nel 2100? RLab ha intervistato il Prof. Francesco Chiodelli, ricercatore in pianificazione urbana al GSSI nell'area di Social Sciences. 

Ogni giorno 180mila persone dalle campagne si riversano nelle città. Un flusso che appare inarrestabile. E che apre nuovi interrogativi: cosa diventeranno le metropoli? Entro il 2050 (stime Onu) nelle aree urbane ci saranno circa 3 miliardi di persone in più, e si arriverà a 5 miliardi nel 2100, destinate a vivere in enormi agglomerati urbani. Le città crescono senza sosta e si preparano a inghiottire il mondo: nel 2010 gli abitanti delle cento città più grandi del mondo erano oltre 750 milioni, l'11% della popolazione mondiale. Per la fine del secolo diventeranno (proiezioni Banca Mondiale), tra 1,6 e 2,3 miliardi, vale a dire tra il 15% e il 23% della popolazione terrestre, che per il 2100 sarà salita a oltre 13 miliardi di persone.

Questo è il punto di partenza dell'articolo "Megalopoli" pubblicato da RLab, l’inserto di Repubblica dedicato alla scienza, alla tecnologia e all’ambiente.

"La maggior parte delle città del Sud del mondo hanno e avranno un'espansione "informale": baraccopoli, favelas, slums. Già oggi ci sono città formate per oltre l'80% da baraccopoli. In molti casi l'emergere delle megacittà non sarà un'espansione della potenza della città, ma della povertà", spiega Francesco Chiodelli, ricercatore in pianificazione urbana al Gran Sasso Science Institute dell'Aquila, e docente nel corso di dottorato in Studi urbani. "Pur se non pianificato e caratterizzato da una scala che lo rende ingovernabile, lo sviluppo delle megacittà nel sud del mondo ha basi razionali: le migrazioni dalle campagne alle città sono comunque un bene per chi le mette in atto. È come partecipare a una lotteria: magari le probabilità sono basse, ma per chi rimane nelle campagne, impoverite dalle monocolture e da scompensi climatici, non c'è nemmeno la possibilità di partecipare a questa lotteria sociale. D'altra parte oggi si stima che circa il 30% della popolazione africana che dalle campagne si è riversata nelle baraccopoli urbane è poi riuscito ad emanciparsene e trovare soluzioni abitative migliori. È un forte incentivo all'urbanizzazione". Il quadro mondiale è eterogeneo: questi problemi si sono originati in Sudamerica: le megacittà che tutti abbiamo in mente assomigliano alle favelas, che sono state le prime bidonvilles. Ma oggi lì il problema sta decrescendo e diventando governabile. Attualmente la prima area del mondo per quantità di popolazione che abita negli slum è invece l'Asia Orientale, dove 250 milioni di persone vivono in queste condizioni, contro i 200 milioni dell'Africa subsahariana e 100 milioni dell'America latina. Ma mentre in Asia è solo un terzo della popolazione urbana a vivere nelle baraccopoli ai margini delle supercittà, in Africa si tratta dei due terzi. Che il destino dell'Homo sapiens sia sempre di più quello di una specie urbana è ormai indubbio: "Una delle grandi rivoluzioni umane è avvenuta nel 2005, quando per la prima volta nella Storia la popolazione urbana ha superato quella rurale", sottilinea Chiodelli.

Le risposte alle sfide del futuro poste dall'esplosione delle megacittà, e le opportunità positive da cogliere e valorizzare, sono tutte da trovare, vista la scala senza precedenti del fenomeno. "Una cosa che dovremo evitare è cercare di replicare ovunque modelli che sono stati pensati, in altri tempi, per il nord del mondo" avverte Chiodelli. "Come l'edilizia pubblica: è stata sperimentata negli anni 60-70 nel sud del mondo e si è rivelata un fallimento per la diversa scala dei problemi". Secondo gli studiosi, più che puntare alla demolizione delle baraccopoli e alla costruzione di case popolari, bisogna favorire la riabilitazione delle abitazioni "informali", dando ai poveri strumenti utili per emanciparsi. E non vale solo per le megacittà. "Ancora più a rischio saranno in futuro, nei paesi poveri, le città tra 1 e 5 milioni di abitanti: le megacittà vere e proprie, che spesso sono capitali, proprio per questo hanno una certa presenza dello Stato e una loro visibilità" spiega Chiodelli. "Mentre le città medio-grandi rischieranno di rimanere al di fuori dei riflettori e delle politiche internazionali". All'ombra dei giganti urbani.